La musica di Salvatore D’Esposito (detto Salve) rivive nelle parole di sua figlia Raffaella

La musica di Salvatore D’Esposito ( detto Salve) rivive nelle parole di sua figlia Raffaella

Camminando accanto al mare, con la brezza che accompagna le parole e la spuma dell’acqua che solletica i pensieri, Raffaella D’Esposito ha ricordato con tenero affetto suo padre, il grande compositore Salve D’Esposito, che ha scritto pagine indimenticabili della musica italiana. L’autore di “Anema e Core” e di “Me so’ mbriacato ‘e sole” è riuscito a trasmettere lo stesso suo amore per le note alla figlia Raffaella, che ha seguito le sue orme, diventando anche lei musicista. Nelle sue frasi si intrecciano affetto, orgoglio e nostalgia; ha fornito aneddoti e ricordi, tessendo le fila di un ritratto, di un racconto, che restituisce la dimensione più intima e vera di un grande artista e di un grande padre.

L’intervista

Avevi un bel rapporto con tuo padre? So che è riuscito a trasmetterti tutto l’amore per la musica che anche lui possedeva; è stato una conseguenza naturale o dettata da una sua spinta verso questo lavoro?

“L’amore per la musica è stata una cosa assolutamente naturale. A casa nostra, e prima ancora nella famiglia di mio padre, la musica vivevapadrona di ogni situazione. Io sono arrivata a prendere lezioni con un maestro perché mamma voleva che studiassi seriamente. Papà era molto severo, con lui succedevano “tragedie”: se sbagliavo una nota due volte, le urla potevano arrivare in paradiso. Dopo l’incedersi di queste situazioni mamma convinse papà a farmi studiare con il maestro Silvestri, il migliore di Roma. Così le urla di papà non si sentirono più. Era molto soddisfatto di me”.

Hai qualche aneddoto in particolare su di lui che desideri condividere?

“Ne ho diversi. Il primo riguarda una telefonata dopo un esame di solfeggio con il Maestro Ciriaco. Papà telefonò per sapere l’esito; me lo ricordo perfettamente vicino al tavolino con la cornetta in mano mentre io e mamma guardavamo la sua faccia diventare sempre più ombrata. Non so che cosa Ciriaco gli stesse dicendo, probabilmente gli fece uno scherzo, perchè poi gli disse il voto che avevo ottenuto: dieci e lode. La faccia di papà si illuminò e mi guardò con soddisfazione. Un altro ricordo è quello relativo al concerto “Per la mano sinistra di Ravel” al conservatorio di Frosinone. Era un concerto molto complicato, ma io lo accettai. Qualche giorno prima dell’evento mi feci male alla mano, e papà era in apprensione per me. Mi venne ad ascoltare e si mise in fondo alla sala con mamma. La sua tensione svanì e una silenziosafierezza ed emozione prese il suo posto. Infine, il giorno del mio matrimonio. L’organista della chiesa non si presentò, forse offeso dalla richiesta di mio padre di poter suonare un po’ l’organo durante la funzione. Io e mio padre rimanemmo fuori dalla chiesaaspettando l’inizio della marcia nuziale, che però non arrivò mai. Papà cercava di rassicurarmi, e decidemmo che al suo tre avremmo percorso la navata nel silenzio generale della chiesa. Così facemmo per i primi passi, poi mio cugino salvò la situazione suonando alla meglio per accompagnarci. Subito dopo avermi accompagnata all’altare, si mise all’organo. In quel gesto vidi tutto: il musicista e il papà”.

Vi è mai capitato di suonare insieme?

“Suonato no, quasi mai. Più spesso cantavamo insieme: lui suonava e io lo accompagnavo con la voce”. 

Sentivi le sue composizioni in anticipo? Magari azzardavi anche qualche consiglio?

“Sentivo le canzoni di papà prima di chiunque altro. Noi due avevamo un rapporto bellissimo, c’era una grande affinità, un capirci reciproco. Spesso durante le composizioni lui mi faceva sentire le melodie e mi chiedeva di cantare un po’, era il nostro modo per divertirci. Ma era più lui ad aiutare me: se non riuscivo a chiudere un compito di composizione, era sempre pronto a darmi una mano”.

Da dove prendeva l’ispirazione?

“Da lui stesso. La musica gli scorreva dentro. Scriveva con semplicità enaturalezza, come se le melodie facessero parte di lui e dovesse solotrovare il momento giusto per regalarle agli altri. Papà aveva delle qualitàche pochi hanno. Per canzoni come “Anema e core” ci vuole veramente anima e cuore, uniti a una tecnica straordinaria.”

Come vivevate il successo in famiglia?

“Con serenità. I soldi aiutavano, certo, ma non erano la cosa piùimportante”.

Qual è la tua composizione preferita di tuo padre?

“Come si fa a non dire “Anema e core”? Ma amo anche “Casarella” e “Pusitano” o “Me so’ mbriacato ‘e sole”. In tutte c’è il suo stile inconfondibile, un talento che il Padre Eterno gli aveva donato”.

Alla fine dell’intervista, Raffaella D’Esposito ha raccontato i suoi progetti futuri: a Natale sarà a Roma con un concerto dedicato a “Quadri di un’esposizione “di Mussorgsky, la celebre suite pianistica ispirata ai dipinti dell’amico Viktor Hartmann. Viene spontaneo chiederle se abbia in mente anche un omaggio al padre: l’idea di un concerto tributo, capace di far rivivere le melodie di Salve D’Esposito attraverso le mani e l’anima della sua amata figlia. La risposta non è definitiva, forse è ancora un sogno frenato dalla differenza di stile che vi è tra lei e suo padre. Ma i sogni abbattono ogni barriera, e prima o poi questo troverà la sua forma. Poi, con lo sguardo rivolto al mare che le ha accompagnato i ricordi, Raffaella ha regalato un ultimo, immancabile sorriso. In quello sguardo c’era la dolcezza di una figlia, l’orgoglio di una musicista e la determinazione di una donna che custodisce e rinnova un’eredità preziosa. Un’eredità fatta di note suonate al pianoforte, di abbracci dati dal padre e da emozioni e melodie immortali, che continuano a vibrare nei suoi racconti e a parlare al cuore di chi la ascolta.

 

diFrancesca Bernard,
Studentessa presso il Liceo Classico e Scientifico “PIETRO GIANNONE” Caserta, Classe VB.
Corrispondente da Caserta.

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