In un’epoca in cui l’arte si sposta da un continente all’altro in poche ore, chiusa in container climatizzati o fluttuante in NFT senza peso, l’arte inclusa rappresenta un’altra idea del fare artistico. È un’arte che non si può spostare, che non si puòvendere, che non si può isolare dal luogo in cui vive. Un’arte che, semplicemente, abita. Parliamo di affreschi, mosaici, stucchi, pavimenti cosmateschi, vetrate istoriate, bassorilievi e fregi: tutte quelle forme in cui l’opera coincide con l’architettura, e in cui la bellezza non è appesa ma incastonata.
Un’arte radicata impone il suo apprezzamento dove è stata creata.
L’arte inclusa — detta anche arte in situ — è quella che vive nella pietra, sull’intonaco, nel vetro, e che perde senso (o esistenza) se separata dal contesto. Quando entriamo nella Cappella degli Scrovegni a Padova, non guardiamo semplicemente un ciclo di affreschi di Giotto: entriamo in esso. Le pareti diventano racconto, il soffitto cielo, ogni metro quadrato parla. L’architettura accoglie l’arte, ma l’arte, a sua volta, trasforma l’architettura in narrazione visiva. Questo vale per la Cappella Palatina a Palermo, per i pavimenti cosmateschi delle basiliche romane, per i mosaici di Ravenna, per le lunette delle chiese romaniche, per le volte decorate dei palazzi rinascimentali, per i graffiti rinascimentali dei palazzi urbani.
Arte non trasportabile, non commerciabile
In un sistema dell’arte sempre più fondato sulla mobilità delle opere e sulla logica del possesso, l’arte inclusa resiste. Non si può “possedere” un affresco della Villa dei Misteri a Pompei senza possedere l’intera villa. Non si può “esporre” la volta di Palazzo Te senza replicarne l’intero spazio. L’arte inclusa è quindi antitetica al mercato: la sua fruizione è vincolata alla presenza fisica, al viaggio, all’incontro diretto. Esiste solo lì. E questo la rende anche fragile. Perché, quando l’edificio decade, l’arte decade con esso. L’unità che fa la sua forza diventa anche la sua debolezza per cui nel tempo , pur di preservare il ricordo, sarà necessario custodire parte di essa nei musei, ma non sarà più Lei ma un suo ricordo.
Il dilemma della conservazione.
La storia del restauro è piena di paradossi. Spesso, per salvare un’opera inclusa, bisogna escluderla. Strappare un affresco per conservarlo in un museo significa salvarne la pittura, ma distruggere la sua relazione con lo spazio originale. Cosa resta dell’Annunciazione se non si può più percepire l’altezza della parete, la luce che la colpiva alle sei del pomeriggio, il silenzio della cappella?
I restauratori moderni sono sempre più consapevoli di questo dilemma. Oggi si tende a conservare in situ — anche a costo di lasciare l’opera in uno stato di semi-visibilità — piuttosto che smembrarla. Perché il contesto è parte dell’opera stessa.
L’arte inclusa oggi: fine o rinascita?
L’arte inclusa non è solo un lascito del passato. Anche oggi, alcuni artisti e architetti tornano a riflettere sulla relazione organica tra arte e spazio. Pensa alle opere site-specific di James Turrell, che costruisce stanze intere come sculture di luce. Oppure alle vetrate di Brian Clarke, ai mosaici urbani di Invader, alle decorazioni architettoniche di Gaudí, che non si possono trasportare perché sono l’edificio stesso.
In questi casi, l’opera non è “ospitata” da un luogo, ma è quel luogo! Non si aggiunge allo spazio, lo rifonda! È un matrimonio indissolubile tra arte e contesto.
Conclusione: un’arte che chiede tempo.
L’arte inclusa ci chiede di fermaci, di osservare, di abitare lo spazio che abita l’opera. È un’arte che non si scrolla con il dito né si scrolla via col tempo. In un mondo che tende a separare, vendere, isolare e musealizzare, l’arte inclusa ci ricorda che esistono ancora forme in cui la bellezza è inseparabile dalla vita.
corrispondente da Selargius (Ca).


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