L’estetica del movimento: la bellezza è un verbo, non un sostantivo

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Per secoli la bellezza è stata una fortezza inespugnabile, un ideale statico e oggettivo.
Le sue fondamenta poggiavano sull’idea platonica di una forma perfetta e immutabile, un modello a cui il mondo sensibile doveva, invano, aspirare.
Se un’opera d’arte, una persona o un paesaggio erano “belli”, lo erano in virtù di un’armonia intrinseca, di proporzioni auree e di una perfezione indiscutibile.
Ma cosa accade se spostiamo la lente d’ingrandimento?
Se, anziché cercare la bellezza come un punto d’arrivo, la concepiamo come un processo,
La filosofia moderna e contemporanea ha demolito le mura di quella fortezza, rivelando un concetto di un’esperienza in continua evoluzione?
Bellezza molto più affascinante: un’energia dinamica, un flusso inarrestabile che si manifesta nell’incontro, nella tensione e nel cambiamento.
La rivoluzione comincia con Immanuel Kant, che sposta il fulcro dall’oggetto al soggetto.
Per lui, la bellezza non è una qualità dell’opera, ma un giudizio estetico che risiede nel nostro animo.
Il bello è ciò che suscita in noi un “piacere disinteressato”, un’esperienza soggettiva, eppure universale, che si attiva nel libero gioco tra l’intelletto e l’immaginazione.
La bellezza, quindi, non è un dato di fatto, ma un’esperienza.
E se la bellezza nascesse dalla lotta, anziché dall’armonia?
È questa la provocazione di Friedrich Nietzsche.
Per il filosofo, la vera bellezza non è il risultato di un ordine apollineo prestabilito, ma scaturisce dal caos dionisiaco.
L’arte, la musica, la vita stessa, sono il campo di battaglia tra forma e istinto.
Il bello non è la quiete dopo la tempesta, ma la tempesta stessa, la tensione vitale che dà origine alla creazione.
Infine, la bellezza si lega indissolubilmente al tempo e alla sua natura effimera.
Hans-Georg Gadamer ci insegna che l’opera d’arte non è una cosa muta e inerte.
Essa si anima e si manifesta pienamente solo nel momento in cui viene percepita e interpretata
dall’osservatore.
L’opera non è un’ideale eterno, ma una rivelazione momentanea, un’esperienza che si consuma e si ricrea ogni volta che la si incontra.
In un mondo che cambia a una velocità vertiginosa, il concetto di bellezza non può rimanere ancorato a ideali immutabili.
La bellezza è diventata un’azione, un’esperienza che si costruisce, un verbo che coniuga l’oggetto con il soggetto, l’ordine con il caos, l’eterno con il fugace.
La bellezza non è una forma da ammirare, ma un’energia da vivere.

diInnocenzo Orlando
Esperto in Relazioni Internazionali d’Impresa,
Corrispondente da Salerno.

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