“Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco,
una casa di poveri, all’estrema periferia, vicino a un carcere.
C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno.
Ma era l’Italia, l’Italia scoperta,
coi suoi ragazzi, le sue donne,
i suoi “ di odori di gelsomini e povere minestre”,
i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature,
e quanto a me,
i miei sogni integri di poesia.
Barth David Schwartz
Pasolini Requiem
Luca Blast Forlani, un fotografo della nuova generazione, nel 2011 espone a Senigallia alcuni scatti
di grande interesse. La mostra aveva per titolo “Intruders. Urban explorers”. L’obiettivo di Luca si
sofferma ad osservare un paesaggio architettonico contemporaneo degradato e in rovina. Non
rientrano, infatti, nella sua visione architetture monumentali o comunque di pregio stilistico e
storico, bensì edifici della nostra epoca usati e abbandonati e perfino depredati. Un paesaggio
sempre più noto e vissuto ovunque nel nostro paese a cui ci stiamo, nostro malgrado, abituando e
assuefacendo, cosa, quest’ultima molto grave, a mio avviso. Infatti noi italiani eravamo, da secoli,
abituati alla bellezza e allo stile.
Vorrei ricordare la frase bellissima di Goethe che nel Viaggio in Italia dice che per gli italiani
l’architettura è una seconda natura, quanto a bellezza e intima fusione di natura e cultura.
Cosa è dunque accaduto nelle nostre città e nei nostri territori?
Deteniamo noi siciliani, il primato assoluto della legge sulla tutela: il 21 agosto 1745, il viceré di
Sicilia era Bartolomeo Corsini, un Principe fiorentino il cui zio era Papa e fu quel Papa che fondò i
Musei Capitolini. Il Viceré di Sicilia Bartolomeo Corsini, impone con lo stesso provvedimento la
conservazione di due cose: le antichità di Taormina e il bosco del Carpinetto, cioè quello che oggi è
il parco dell’Etna. Per la prima volta tutela del paesaggio e tutela del patrimonio storico artistico
sono ritenute un fatto unico. Il tema di fondo è quello del bene pubblico, il bene comune, che deve
essere considerato un fine alto, più alto dell’interesse privato!
In un paese che fu famoso per più di mille anni per essere il paradiso dell’architettura, oggi
costruiamo quasi solo edifici brutti, ma non solo li ricostruiamo brutti, li costruiamo male per cui
dopo un poco li dobbiamo abbandonare.
Ci sono edifici abbandonati e a poca distanza se ne costruisce un altro, ci lasciamo insomma dietro
un paesaggio di rovine. Una nuova poetica della valorizzazione e del riuso è necessaria per
riqualificare l’ambiente urbano, dando dignità alle periferie e qualità al costruito.
Vorrei ricordare il rito romano, perché Roma è il luogo della Costituzione che proclama l’assoluta
priorità del Bene Comune che deve prevalere sul privato.
Salvatore Settis, storico di grande rilievo nel panorama contemporaneo, parla di Diritti delle
Generazioni Future.
“Le generazioni future hanno diritto ad una Terra indenne e incontaminata; esse hanno il diritto di
godere della Terra che è supporto della Storia dell’Umanità, della cultura e dei legami sociali che
assicurano l’appartenenza alla grande famiglia umana di ogni generazione e di ogni
individuo”…recita così il 1° punto della Carta dei diritti delle generazioni future proposta da
Jacques-Yves Cousteau all’UNESCO che l’approvò nel 1991 raccogliendo adesioni da più di 100
Paesi.https://www.sergioferraris.it/carta-dei-diritti-delle-generazioni-future/
Invece la rendita edilizia aggredisce le aree agricole e le trasforma in aree edificabili, riducendo ciò
che dovremmo destinare al cibo, alle coltivazioni, all’equilibrio idrico e paesaggistico.
Il costruito, sia l’edilizia storica che l’architettura contemporanea, ha una grande influenza sulla
società e sulle giovani generazioni. Troppo spesso si deroga in merito al Bene Comune, e la qualità
architettonica scadente e concentrata sul profitto va a favore degli interessi privati, penalizzando le
nuove generazioni che soffrono sempre più spesso di disturbi del comportamento e della
socializzazione. Marc Augè li chiama i “non luoghi”, spazi indefiniti e anonimi in cui l’uomo
“nichilista” perde la sua identità. Il filosofo li definisce attraverso le tre “C”: spazi della
circolazione; spazi del consumo; spazi della comunicazione. Sono spazi privi di alterità e pervasi da
sentimenti di solitudine, appunto i “nonluoghi”.
I luoghi antropologici sono invece fatti di itinenari, crocevia, centri. E’ nel luogo che avviene la
decodificazione delle relazioni sociali e la lettura dei simboli che uniscono gli individui.
Per Augè la chiave di lettura della continuità del tempo si ha nei monumenti che rappresentano il
permanere nel tempo della collettività, generati dal ricordo, fino a diventare “luoghi della
memoria”.https://filosofiainmovimento.it/una-ricerca-su-marc-auge/
I nostri centri storici, ricchi di monumenti e di arte ci parlano di altri luoghi, di un altro tempo,
incuneato nel nostro presente, un frammento di un tempo passato e di cui noi siamo testimoni e
ambasciatori, in cui ritroviamo quel genius loci che è riferimento identitario, valore umano e
spirituale. Ogni frammento di ciò che chiamiamo patrimonio culturale testimonia l’esistenza di un
altro tempo. Italo Calvino (1923-1985) usa delle parole ben precise con cui chiarisce il suo concetto:
Testimone e Ambasciatore. Così quando varchiamo la soglia di una chiesa antica entriamo in un
altro tempo e in un altro luogo pregnante di storia, arte e spiritualità e ne attraversiamo la frontiera.
Quando nel 1960, l’editore Giulio Einaudi chiede a Crlo Levi di commentare gli scatti di un
fotografo ungherese Janòs Reismann in viaggio in Italia, il risultato è straordinario: nasce una tra
le riflessioni più importanti del Novecento italiano.
Levi non commenta tanto quello che inquadrava l’obiettivo della macchina fotografica ma ne ribalta
l’obiettivo e guarda chi guarda la macchina fotografica, gli occhi di chi guarda, traendone una
conclusione importante: ogni monumento è pieno di tutti gli sguardi che lo hanno attraversato e di
tutti quelli che vi si sono rispecchiati e dei ricordi che lo hanno intriso.
Se gli occhi guardano con amore, se amore guarda, essi vedono! Gli occhi vedono non solo i
monumenti ma anche il luogo, quel luogo che è il tempo, quel tempo che è il luogo: il patrimonio
dunque diviene cerniera fra gli altri tempi e il nostro presente. Una cerniera che funziona però ad
una condizione: “Se amore guarda”.
Ecco dunque che il paesaggio urbano, quello del nostro centro storico, si differenzia da quello
anonimo delle periferie, luoghi mancanti di elementi antropologici, privi di identità, di storia e di
relazioni.
L’uomo è un essere intriso di sentimento e da questo non può prescinderne: l’arte è esperienza
sociale oltre che estetica e, dunque, la tutela è alla base della nostra società e chi la persegue con
professionalità ha un compito delicatissimo, quello di curare il patrimonio per le generazioni che
verranno e che attraverseranno il tempo e i luoghi nostri.
a cura di Rosa Anna Argento



